Storie della Rigenerazione – Le donne, i cavalier, gli attrezzi e i peperoni

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Le donne, i cavalier, gli attrezzi e i peperoni

Ancona-Rosarno: circa 900 km in macchina e una panda a metano caricata di attrezzi che più dei 110 non fa… il primo anno costipati in 4, un’altra volta in solitaria con eroico arrivo alle due di notte…
ma chi cazzo te lo fa fare?
Me lo fa fare AdiCittà, festival della Rigenerazione Urbana e di molto altro. Ormai quasi un appuntamento.

Rosarno si presenta alla panda con una strada trafficata da macchine, tetti in lamiera a ombreggiare i terrazzi degli ultimi piani di case con facciate di cemento grezzo o mattoni a vista… di sicuro non rientra fra i “Cento borghi più belli d’Italia”, ma quelle case un po’ mi piacciono…case costruite per lo più da chi ci abita, coi soldi risparmiati negli anni e con materiali “ufficiali” e non, con le invenzioni architettoniche più disparate…interni ricchi ed esterni grezzi e non curati… qua si usa così..anche lo spazio pubblico.

All’arrivo trovo sempre qualcuno ad aspettarmi, amici da rivedere, un letto dove dormire, doccia, colazione e poi si inizia con la settimana di workshop…e non è un workshop come altri a cui ho partecipato… si dorme ospitati dalle famiglie Rosarnesi (esperienza che segna non poco), gli organizzatori sono ventenni alle prese con burocrazia, permessi, assessori, mentalità paesana, un degrado urbano diffuso e pochissime risorse. In soli due anni hanno dimostrato che le cose si possono provare a cambiare dal basso.

Arrivo sempre con i miei attrezzi, perché so che anche gli utensili sono prestati dai volontari dell’associazione e mancano sempre, e poi per passione metto viti e sono rimasto affezionato all’avvitatore di nonno.
In due anni mi sono sempre intrufolato nella sezione Cantiere Aperto, ma parallelamente si svolgono i workshop per Artisti, Urbanisti, Attori-Teatranti, la sezione per Bambini. Questo serve a offrire più sguardi al festival, più prospettive al luogo scelto ogni anno… e l’effetto è  veramente spiazzante, almeno per me…
Sei lì, che discuti un giorno su come realizzare arredo urbano in italiano, francese e inglese, tagli assi, scartavetri, passi impregnante e colore, sviti e avviti per costruire sedute, pergole e vasi per piante, panche e tavoli ombreggiati, porte da calcetto, parli con gli abitanti su come posizionare il tutto, se gli piace, se può dare fastidio, come lo cambierebbero…  poi ti giri e vedi che un po’ più in là sono spuntati 2000 peperoni appesi sopra la piazza, un murales di un cane che cade, un cerchio nero, un altorilievo bellissimo in cemento colorato che sembra di stare in Messico… poi passano gli attori, che saltellano dinoccolati o strisciano sui muri e fra movimenti, danze, recite e chiacchiere con i cittadini sono quelli che sicuramente hanno la possibilità di vivere il posto più profondamente… poi i bambini che analizzano il quartiere e lo immaginano diverso, i braccianti stagionali che tornano nelle case e guardano incuriositi cosa succede, e capisco che ognuno fa la sua parte, e la mia è proprio piccola.

Penso che per i Rosarnesi la settimana del festival sia qualcosa di diverso, una settimana in cui vivere i loro luoghi in maniera differente, ma credo che sia più quello che danno di quello che ricevono da noi partecipanti.
Il primo giorno ci si sente sicuramente forestieri, seppur accolti calorosamente.. si riparte dopo una settimana sentendo che un po’ di te lo hai lasciato giù, a Sud dell’avvitatore.
La cena offerta dai nigeriani a cui stavamo sistemando la scalinata non ha prezzo, così come la partita di pallone nel nuovo campetto sotto il cavalcavia, ballare per una notte sotto i peperoni, dormire al cantiere per controllare che non ci siano furti o chiacchierare con il nonno della famiglia Carchidi sulla terra e il lavoro. E, più di tutto, gli incontri con chi senti affine a te, complice di un obbiettivo comune da portare avanti, in mezzo a un sacco di problemi rosarnesi, calabresi e italiani…e quando riparti sai che la rigenerazione non si può fermare a una settimana, e che non si possono ignorare le difficoltà politiche e sociali di Rosarno, il presente dei suoi giovani, la condizione dei lavoratori stagionali, l’opportunismo dei partiti, i cittadini che non partecipano lo spazio e la vita pubblici. E che una panchina in più non cambia nulla, è realizzarla insieme che fa la differenza.

Come scrivono i ragazzi di Sursiendo, “la realtà è la cosa più radicale che esista”, per questo tentare di cambiarla, provare a farla, è necessario ed è l’unico modo per immaginare di riuscirci. In un paese della Calabria qualcuno ci sta provando.

Alex Trotta

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